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Civico 39

“Made in Italy o 100% Made in Italy?” L’etica del consumatore consapevole

L’umanità ha preso coscienza che il mondo in cui vive non è fatto di risorse infinite? … forse NO!
Le imprese che operano nel fashion si stanno interrogando su nuove soluzioni? … speriamo 😉
L’imprenditore ha pensato ad una via sostenibile per il suo business?
Esiste la possibilità di uno “sviluppo felice” per tutti noi? … sarebbe BELLO!!!
Quando si parla di consapevolezza nei consumi non dobbiamo limitarci a pensare esclusivamente che è più “etico” acquistare un capo fatto in Italia rispetto ad uno prodotto in un paese povero magari dove vige lo sfruttamento minorile, ma in primis la domanda necessaria è: mi serve davvero quel capo?
Il consumatore può definirsi “consapevole” quando nel tempo impara a conoscere la materia prima con cui è fatto un capo, i sistemi che il produttore utilizza, la filiera ovvero i vari passaggi prima che il capo arrivi in negozio, e la tutela del capitale umano.
Non è così facile però distinguere un’azienda veramente sostenibile da una apparentemente sostenibile.
Che cosa può fare quindi il consumatore nel quotidiano per dare il suo personale contributo alla sostenibilità?
Ad esempio potrebbe ridare vita ad un capo ormai dimenticato nell’armadio … ma come?
▪ Informandosi se vicino a casa esistono negozi che ritirano i capi a fine uso ispirandosi al principio “dalla culla alla culla” e che possono riciclarli in cambio di buoni acquisto
▪ Decidere di dare nuova vita ad un capo (ad esempio trasformando una maglia o un paio di jeans in una borsa)
La scelta sostenibile del nostro consumatore passa anche dal conoscere l’origine del capo che intende acquistare.
Si parla spesso di tracciabilità del capo, ma cosa significa realmente? Come fa il consumatore a capire se il brand ha prodotto quel capo in Italia oppure all’estero?
Semplice direte voi, basta saper leggere l’etichetta!
In realtà non è propriamente esatto perché non troviamo in essa tutte le informazioni utili per risalire al paese di produzione.
A livello europeo non vige l’obbligo di etichettatura di origine del prodotto, tuttavia in Italia è valido il Decreto legislativo 206/2005, il c.d. “Codice del Consumo” per il quale le imprese DEVONO dichiarare il paese di provenienza del prodotto e, nel caso anche indicare le parti coinvolte nelle fasi di commercializzazione e distribuzione.
Da questo ne deriva che il MADE IN non fornisce la certezza della provenienza relativa alla produzione di un bene, infatti applicandosi le regole della normativa europea doganale, un capo per riportare in etichetta la dicitura “Made in Italy” è necessario che il produttore dimostri di aver compiuto almeno due fasi di lavorazione in Italia.
Ma sono realmente sufficienti due fasi?
Per noi il valore della manodopera che realizza il capo, e quindi del laboratorio di produzione che rispetta i principi del vero Made in Italy in tutte le fasi di lavoro, è essenziale per la tutela delle produzioni nazionali.
E’ per questo che l’attenzione del consumatore dovrebbe essere indirizzata al “100% Made in Italy” ovvero che “il prodotto o la merce, classificabile come made in Italy ai sensi della normativa vigente, e per il quale il disegno, la progettazione, la lavorazione ed il confezionamento sono compiuti esclusivamente sul territorio italiano” (art.16 Decreto n.135 del 25/09/2009).
Ma non appare come una contraddizione il fatto di dover differenziare il concetto di Made in Italy da quello di 100% Made in Italy?
L’origine di un prodotto può basarsi su un valore espresso in percentuale?
Secondo noi tutto questo confonde ancora di più il consumatore finale.
Per avere una visione più completa e seria del brand ed effettuare una scelta che sia “quantomeno” consapevole è possibile reperire informazioni sulle politiche dei brand attraverso siti che rilasciano recensioni su vari elementi con cui si approcciano: sostenibilità, riciclo, politiche di produzione, etica, risorse umane.
Questo è per noi il consumatore ideale.